Categoria: Proposte Imperdibili

Il mio viaggio in Sudafrica: ecco 11 punti per cui ne vale davvero la pena

Posted By : lara/ 221 0

L’Africa affascina e strega: non per nulla è l’unico continente che contagia con una malattia bellissima “il mal d’Africa”!

Per chi ne è affetto come me, non esiste cura, ma solo piacevoli “ricadute”

Come si può descrivere una nazione che viene definita dai suoi visitatori “Il mondo in un solo Paese”? Read more

Il mio viaggio in Namibia – Parte II

Posted By : lara/ 273 0

Dopo qualche giorno dalla pubblicazione della prima parte del racconto, il mio viaggio prosegue! Ecco la seconda parte!

Da un deserto, siamo passati ad un altro.

Modellate dal vento, le dune del deserto del Namib, considerato il più antico della terra, prendono forme diverse: longitudinali, trasversali, a parabola, a stella. La sabbia racconta di un mondo in continuo movimento che, in alcuni casi, fa sentire persino la sua “voce”.

Non ci si rende conto di essere in una delle regioni più aride ed estreme della Terra. La lunga striscia d’asfalto che si contende lo spazio con la sabbia porta a Sossuvlei, un’oasi nel cuore del deserto del Namib. È qui che si ergono le dune più elevate del mondo, che arrivano a oltre 300 metri, alcune delle quali possono essere scalate. Ma l’altezza non è l’unica attrazione: ci sono le forme e i colori che mutano nell’arco di un giorno, dal rosso dell’alba e del tramonto, passando per le diverse sfumature dell’arancio e del marrone. Qua e là le cicatrici di laghi effimeri (i “vlei”) segnano il territorio: secchi per la maggior parte dell’anno, tornano a vivere in quei pochi giorni in cui i corsi d’acqua inondano la distesa di sabbia ed argilla. Ma il sole scalda anche d’inverno: l’acqua evapora in fretta ed il fango si secca e si spacca. È cosi che si formano i magnifici “mosaici” che coprono queste ampie distese.

Sossuslvei da cui siamo partiti, è solo un punto nell’immenso Namib, che in lingua Nama significa “vasto spazio aperto”. Un mondo silenzioso, desolato che esiste da almeno 55 milioni di anni. Una distesa solcata da fiumi in secca e interrotta da qualche arrotondato massiccio montuoso, resti di fenomeni geologici remoti. Qui, dove il “nulla” sembra impenetrabile, si è insinuata la vita e piccole creature si sono adattate a un ambiente infernale. Come miraggi, grandi animali sono comparsi all’improvviso davanti alla nostra macchina, dopo un’ora di pioggia: i semi germogliano in tempi brevissimi e abbiamo visto trasformarsi la ghiaia in un prato!

Ci siamo presi una pausa dal deserto, o almeno così abbiamo creduto, e siamo stati accolti dalla “tedesca” cittadina di Swapokmund, per i locali Swako. Qui davvero si parla ancora tedesco e sembra di essere stati catapultati nella bassa Baviera: case dai tetti appuntiti e neri, insegne in tedesco, spesso scritte con caratteri gotici. Basta guardare le sue caratteristiche costruzioni in originale Jugendstil (liberty germanico) e in stile neobarocco per comprendere lo spirito di questa città, fondata per costruire un porto in grado di contrastare quello di Walwis Bay controllato dagli inglesi.

Di per sé la cittadina dice poco, ma una tappa è d’obbligo per fare i dovuti rifornimenti: benzina, cambio di soldi, ricarica della scheda namibiana e acquisti di prima necessità.

Prima della nostra partenza, non ci siamo fatti mancare l’imperdibile escursione a Sandwich Harbour. Si tratta di un luogo selvaggio dove le dune di sabbia alte ed imponenti si tuffano dentro l’oceano. Con jeep 4X4 accompagnati da guide esperte ci siamo sentiti quasi magicamente intrappolati tra i due elementi: la sabbia e l’oceano. Un’escursione ricca di emozioni che regala panorami mozzafiato, passando per un’altra attrattiva della zona: le saline di Walwis Bay con gli immancabili fenicotteri rosa.

Il Polo Sud? Che domande: è a un’ora da Swakopmund! L’Antartide comincia qui, con una sfilata di foche (otarie per la verità) tra folate di nebbia.

Spesso in Africa australe il mondo va così: ovvio che il Polo Sud non è in Namibia, ma spesso guardando la fauna, si direbbe di sì.

D’inverno a largo passano orche e balene. D’estate a terra nidificano i pinguini. Aggiungete le foche e l’”Antatride” è fatto: manca solo un po’ di ghiaccio.

Eppure siamo nel continente Nero a tutti gli effetti, ma ci basta spostarci di un paio di ore in auto che siamo in montagna, precisamente allo Spitzkoppe che con i suoi 1728 metri vien chiamato il “Cervino d’Africa.

Come il Namib Rand, anche questo è uno dei luoghi che più ci è rimasto nel cuore: cupole di granito, labirinti rocciosi dove i San e i Khoi-Khoi, hanno lasciato le loro antiche tracce con disegni antichi sulla roccia: è un luogo a dir poco meraviglioso.

Ci godiamo ancora un po’ il paesaggio dello Spitzkoppe prima di partire verso Twyfelfontein dove, lungo la strada rocciosa, abbiamo bucato per la seconda volta (ecco perchè ci è servita anche la seconda ruota di scorta). Siamo nella regione del Damaraland, ovvero delle Montagne Dipinte.

Qui è un alternarsi di pianure ondulate, di catene montuose aspre e solitarie, di formazioni geologiche bizzarre e surreali dalle fantastiche colorazioni. Distese di sassi ocra segnano il brullo paesaggio, punteggiate qui e là dall’Euphorbia, una pianta velenosa per l’uomo, ma non per scimmie e rinoceronti che ne vanno ghiotti. Qui vivono gruppi di rinoceronti neri e di elefanti del deserto. Questi ultimi si sono adattati a questi luoghi: sono più magri, con le zampe più lunghe e più larghe rispetto a quelli della savana, così da non sprofondare nella sabbia.

Il Damaraland vanta un incredibile concentrazione di arte rupestre, nascosta in fonda alle gole di roccia di Twyfelfontein, “sorgente incerta” come l’aveva battezzata uno dei primi coloni, perplesso sulla possibilità di sopravvivere in quest’universo di pietra e di sabbia. Gli unici a riuscirci sono stati i San, cacciatori nomadi che vivevano qui prima dei Damara e dei Boscimani e che tra seimila e tremila anni fa, tappezzarono queste pareti di animali, orme e figure umane. Spettacolari gallerie d’arte a cielo aperto dove si scoprono le meravigliose pitture rupestri. Il rosso, il giallo, il ruggine e l’ocra per ritrarre antilopi, leoni, elefanti, struzzi e rinoceronti che si rincorrono, mentre la giraffa che nell’antica cultura dei cacciatori rappresentava la pioggia, compare spesso insieme all’arcobaleno e alle nuvole.

Gli animali veri e propri li abbiamo trovati più a est, nel parco dell’Etosha, dove abbiamo trascorso due notti nel parco e una notte in una riserva privata. Si tratta di una delle prime aree al mondo dedicate alla conservazione naturale, un vero scrigno di biodiversità.

Per un terzo è ricoperto dall’arido “pan”, un tempo un vasto lago salato, che per via delle piogge, abbiamo avuto la fortuna di vedere “bagnato”.

L’Etosha, che ha un estensione circa quanto il Piemonte,  è divenuto parco nel 1907 per arrestare le stragi provocate dai cacciatori di elefanti. È uno dei primi parchi naturali realizzati nel mondo ed è il più vasto di tutta l’Africa.

Queste notti nel parco e nella riserva privata, ci hanno riservato grandi emozioni: elefanti, giraffe, zebre, gnu, kudu, dik-dik, springbok e leoni.

Lasciamo il parco Etosha, ma non l’emozione di vedere gli animali. Ci trasferiamo nella zona di Omaruru, in una delle riserve private più grandi del paese: Erindi. La nostra camera affaccia su un enorme pozza che ospita ippopotami e coccodrilli. Questo è il “paradiso” dei grandi felini: leoni, leopardi, ghepardi e non mancano i licaoni, eleganti e spietati canidi della savana, protetti perché sempre più rari.

Dopo 14 giorni in questo magnifico paese, rientriamo nella capitale. La città non è grande ed il centro è piacevole, pulito ed ordinato. Tappa obbligatoria per pranzo da Joe’s Beerhouse. Nel pomeriggio potremmo dedicarci allo shopping ma, la nostra auto è talmente sporca di fango e sabbia dell’Etosha (un paio di ore di pioggia ci hanno fatto compagnia) che ci vergogniamo di riconsegnarla così all’autonoleggio. Ci rechiamo al più vicino “Car Wash” e mentre aspettiamo pazientemente (il tempo africano non è scandito al pari del tempo europeo J) che a mano facciano risplendere la nostra auto, chiacchieriamo con il proprietario dell’autolavaggio che ci chiede se in Italia ci sono strade asfaltate. Alla nostra risposta positiva, ci guarda perplesso e ci dice che un namibiano non potrebbe mai vivere in un posto senza strade sterrate: ad essere sinceri, oltre al silenzio e agli spazi infiniti, è la cosa che ci è mancata di più al nostro rientro.

Curioso posto la Namibia: è tutto così strano, inatteso e unico che ti viene d’istinto di guardare in basso per vedere se per caso, sotto i tuoi piedi, c’è il numero di una pagina… ti sembra proprio di vivere in un racconto!

 

 

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