23

Apr
2020

Il mio viaggio in Namibia – Parte I

Posted By : lara/ 551 1

Dieci anni sono passati dalla mia prima volta in Namibia.

Quello era stato il viaggio che avevo definitivo “lost & found”: un viaggio nel quale, in un periodo difficile della mia vita, mi ero persa e ritrovata, perché questo paese tira fuori i nostri sentimenti più profondi.

Con gli occhi persi nel rosso del tramonto e del deserto, mi ero ripromessa di tornare con una persona speciale: è così che inizia il mio viaggio.

Sole accecante, silenzio, una strada dritta: nessuna macchina a parte la nostra, nessuna casa o volto umano: solo il paesaggio che cambia e l’orizzonte.

Un’immagine che descrive fedelmente questo Paese dagli spazi sconfinati, dove l’uomo si perde nella vastità della natura.

Dov’è l’Africa?

Sulla spiaggia ci sono i pinguini e otarie e dunque pensi di aver sbagliato continente, ma poi ti volti e trovi le antilopi

Scorgi il caratteristico profilo del campanile di una chiesa tedesca e concludi che no, non puoi essere fuori dall’Europa; poi ti rendi conto che attorno ci sono dune del deserto. Su un’insegna trovi scritto Baeckerei in caratteri gotici, ma poco distante vivono i Boscimani.

Tutto sembra così ordinato, silenzioso, puntuale: dove sono gli appuntamenti improbabili, gli orari che non esistono, l’allegro caos delle città, il fatalismo?

Insomma, dove è finita l’Africa? È tutto qui in Namibia, paese che non smette mai di stupire.

È come vivere in un grande racconto di avventure per ragazzi. Su una spiaggia dal nome inquietante, Skeleton Coast, ci sono decine di navi che una nebbia assassina ha spinto contro le sabbie che ora avanzano e ingoiano i relitti. Nell’interno c’è un gigantesco alieno: un meteorite arrivato chissà da dove e che contiene i segreti del sistema solare.

Di nuovo sulla costa, basta chinarsi e si trovano diamanti per terra (la zona ovviamente è proibita). Ci sono piante che vivono per più di duemila anni e si “nutrono” di nebbia, perché non potrebbero procurarsi acqua altrove. Alcuni elefanti hanno dovuto adattarsi a stare nel deserto. C’è perfino un pezzo di Namibia “invisibile” perché è una fredda corrente marina che arriva dal sud ed è come una regione d’acqua a parte, con la sua storia, le sue ricchezze naturali e la sua economia.

Di tutto questo parleremo nel nostro viaggio virtuale e una volta ogni tanto protagonista non sarà la gente, ma la natura elementare: sabbia, vento, acqua, caldo, animali e piante.

Il mio viaggio in Namibia: si parte!

Siamo arrivati a Windhoek, la capitale, che i tedeschi e gli afrikaaner hanno creato a loro immagine e somiglianza: questa piccola città situata nel cuore geografico del paese, ha un’aria decisamente europea.

Teoricamente la Namibia è percorribile con una normale auto, ma noi abbiamo scelto una 4X4, che è decisamente più consigliabile: escursioni apparentemente facili si possono rivelare inadatte a una semplice vettura, oppure un improvviso cambiamento delle condizioni metereologiche può scatenare piogge torrenziali che trasformano le strade in guadi pieni di fango. Altro accorgimento utile è il possedere una seconda ruota di scorta: serve più di quanto possiate immaginare e noi ne abbiamo avuto necessità.

La nostra prima tappa, dopo aver cambiato i soldi in aeroporto e attivato la nostra sim namibiana (altra cosa importantissima da avere) è stato il deserto del Kalahari, una vasta distesa sabbiosa che si estende per circa 520.000 km quadrati.

È il quarto deserto a mondo per estensione, parte di un immenso altopiano africano che si trova a circa 900 metri di altitudine. Il suo nome deriva dalla parola Kgalagdi della lingua Tswana e vuol dire “Grande Sete”. Questa terra rossa ci accolti la prima notte, in un lodge dove orici, struzzi e giraffe, ci hanno fatto compagnia a pochi metri di distanza dalla nostra camera.

Partiti di buon mattino, ci siamo messi in viaggio per quello che ci era stata consigliata come “tappa imperdibile”!

È così è stato. Dopo 5 ore e mezza strada sterrata, con tappa in mezzo al nulla per fare rifornimento di benzina, siamo arrivati nella riserva privata del Namib Rand: un luogo fuori dal comune che davvero merita di essere visitato.

Otto tende, arroccate sulla cima di una montagna che quando le vedi da lontano pensi “non può essere quello il lodge dove dormiremo!”.

Ma quando arrivi, il niente che ti circonda è talmente forte da farti pensare che una notte sola è davvero poco per poter apprezzare questo luogo dove il silenzio e lo spazio infinito la fanno da padrone.

In lontananza vedi i ghepardi, che si riposano sotto l’ombra di un albero; dimenticavo di dirvi che questo luogo è uno delle “conservancies” costruite per proteggere gli animali dagli allevatori che ancora difendono il loro bestiame a colpi di fucile. Solo il mattino dopo ci siamo resi conto che l’apertura di questo lodge è stato fortemente voluto e sovvenzionato niente di meno che dai “Brangelina”!

Dopo esserci goduti l’alba nel magnifico Namib Rand, siamo partiti per un delle mete più ambite della Namibia: il mitico Deserto del Namib. Prima di arrivare, tappa imperdibile a Solitaire uno di quei posti che senza una storia non sarebbe neanche un posto così interessante. Senza Moose Mc Gregor, Solitaire non sarebbe altro che una stazione di servizio in mezzo al deserto, sepolta dalla sabbia e mal segnata sulla cartina geografica. Invece, grazie a questo scozzese fuori dagli schemi, Solitaire è diventata tappa immancabile di ogni viaggio in Namibia e vale la pena fermarsi anche solo per ascoltare la sua storia e per mangiare la famosa torta di mele.

La storia è quella di Percival Cross detto Moose McGregor, un avventuriero scozzese che negli anni ’90 decise di stabilirsi qui e aprire una pasticceria. Moose era un personaggio unico, con un passato misterioso e quasi piratesco, un aspetto tipicamente scozzese e un carattere amichevole e affascinante. La sua specialità era la torta di mele, realizzata con una vecchia ricetta tedesca di famiglia e con mele provenienti da… boh, sicuramente non dalla Namibia. Non è importante la provenienza delle mele, ma l’uso che ne è stato fatto.

Questa torta di mele era talmente buona che la voce si è sparsa e ha regalato a Moose McGregor fama internazionale e qualche guadagno, prontamente reinvestito nell’espansione urbanistica di Solitaire: al benzinaio e alla pasticceria di Moose si è aggiunto un piccolo emporio e un altrettanto piccolo hotel, il tutto contornato da insegne di legno, rottami di vecchie auto d’epoca: sembra di essere in un set di film western!

Quando io sono stata 10 anni era proprio lui a raccontarti la sua storia, mentre ti serviva un abbondante fetta di torta ed una tazza di the rooibos ma, nel 2014, Moose è morto ed è stato sepolto proprio davanti alla pasticceria.

Non credo che la fama di questo posto sia attribuibile alla torta di mele (che è buona), ma al personaggio che era Moose, generoso e amatissimo, che ha saputo creare una storia ed un luogo accogliente e famigliare il mezzo al nulla.

Dopo la torta non poteva mancare la tappa per una foto al cartello di attraversamento del Tropico del Capricorno: bianchissimo e splendente 10 anni fa, ora è pieno di adesivi da tutto il mondo e quasi si fa fatica a leggere la scritta.

Ora avete letto fin troppo, presto la seconda parte del mio viaggio in Namibia, sperando di farvi sognare almeno un pochino.

1 Comment
  • Avatar
    Corrado Fileni
    25/04/2020

    Stupende luci. Immagini uniche.

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